mercoledì 13 aprile 2011

"il nostro feticcio moderno è il suffragio universale" Emma Goldman

"L'1 per cento della nazione possiede un terzo della ricchezza. Il resto è distribuito in modo tale da rivolgere gli appartenenti al 99 per cento gli uni contro gli altri: i piccoli proprietari contro i nullatenenti, i neri contro i bianchi, i nati in America contro i nati all'estero, gli intellettuali e i professionisti contro i non istruiti e i non specializzati. Questi gruppi sono stati ostili gli uni agli altri e si sono combattuti con tanta asprezza e violenza da lasciare in ombra ciò che avevano in comune: la posizione di chi si divide gli avanzi di un paese molto ricco.
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Poichè il disagio è costante, per l'establishment - un club di uomini d'affari, generali e politici di professione - è importante mantenere la finzione storica dell'unità nazionale, in cui il governo rappresenta tutto il popolo e il nemico comune sta oltre il mare, non in patria, dove i disastri dell'economia o della guerra sono sfortunati errori o tragici incidenti che i mebri dello stesso club dei responsabili del distastro correggeranno. Per loro, inoltre, è importante assicurarsi che questa unità artificiale dei privilegiati e dei leggermente privilegiati sia anche l'unica esistente, cioè che il 99 per cento rimanga diviso lungo linee di frattura innumerevoli, in modo che i suoi mebri sfoghino la rabbia gli uni contro gli altri.
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Siamo utopisti per un momento, così che quando ridiventiamo realisti il nostro non sia quel "realismo" rinunciatario tanto utile al sistema, un realismo ancorato a una visione della storia nella quale non ci sono mai sorprese.
Bisognerebbe togliere le leve del potere dell società a chi, con le sue motivazioni, ci ha portati alla situazione attuale: le grandissime aziende, i militari e i loro collaboratori in ambito politico. Dovremmo - coordinandogli sforzi dei gruppi locali di tutto il paese - ricostruire l'economia, mirando nello stesso tempo all'efficienza e alla giustizia, producendo in modo cooperativo ciò di cui la gente ha più bisogno. Cominceremmo dal nostro quartiere, dalla nostra città, dal nostro luogo di lavoro. Tutti avrebbero bisogno di qualche tipo di occupazione, anche la gente che ora è esclusa dalla forza lavoro: i bambini, gli anziani, i cosiddetti "handicappati". La società potrebbe giovarsi delle immense energie oggi senza scopo, delle capacità e dei talenti ora inutilizzati. Tutti potrebbero dividersi i lavori di routine ma necessari, qualche ora al giorno per ciascuno: cos' si lascerebbe la maggior parte del tempo libera per il divertimento, la creatività, le fatiche d'amore, ma si produrrebbe abbastanza per permettere una distribuzione uguale e larga delle cose. Alcune sarebbero abbastanza abbondanti da poter essere sottratte al sistema monetaorio e rese disponibili - gratuitamente - per tutti: gli alimenti, gli alloggi, l'assistenza sanitaria, l'istruzione, i trasporti.
Il grande problema sarebbe trovare il modo di realizzare tutto questo senza una burocrazia centralizzata, ricorrendo a incentivi che non siano la miaccia della prigione e della pena, ma la collaborazione, che sorgano da desideri umani naturali, già utilizzati nel passato dallo stato in tempo di guerra, ma anche da movimenti sociali che hanno permesso di intravedere il modo in cui la gente si sarebbe potuta comportare in una situazione diversa. Le decisioni sarebbero prese da piccoli gruppi di persone nei luoghi di lavoro, nei quartieri: una rete di cooperative, tutte in contatto fra loro, un socialismo del buon vicinato che eviterebbe le gerarchie di classe del capitalismo, ma anche le rigide dittature che hanno usurpato il nome del socialismo.
Col tempo la gente, riunita in comunità amichevoli, potrebbe creare una nuova cultura non violenta, diversificatam in cui sarebbero possibili tutte le forme espressivepersonali e di gruppo. Donne e uomini, neri e bianchi, vecchi e giovani potrebbero allora apprezzare le differenze, vedendole come attributi positivi invece che come motivi di dominio. Allora, nei rapporti interpersonali, nell'educazione dei bambini, potrebbero emergere nuovi valori di collaborazione e libertà.
Realizzare questo scopo, data la complessa situazione di controllo che vige negli Stati Uniti, richiederebbe l'unificazione delle energie di tutti i movimenti precedenti della storia americana - gli operai insorti, i ribelli neri, i nativi americani, le donne, i giovani - con la nuova energia di una classe media insoddisfatta. Le persone dovrebbero partire dalla trasformazione del proprio ambiente immediato - il luogo di lavoro, la famiglia, la scuola, il quartiere o la città - attraverso una serie di lotto contro l'autorità lontana, per consegnare il controllo di questi luoghi a chi ci vive.
Queste lotte comportorebbero il ricorso a tutte le tattiche utilizzate in vari momenti del passato dai movimenti popolari: manifestazioni, cortei, atti di disobbedienza civile; scioperi e boicottaggi; l'azione diretta per la redistribuzione della ricchezza, la ricostruzione dell istituzioni, il rinnovamento dei rapporti; la creazione - nella musica, in letteratura, a teatro, in tutte le arti e in tutti gli spazi di lavoro e di gioco della vita quotidiana - di una nuova cultura della condivisione, del rispetto, di una capacità di gioire della collaborazione tra le persone, per aiutare se stessi e gli altri.
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Tutto ciò ci porta lontano dalla storia americana, nel regno dell'immaginazione. Non però del tutto fuori dalla storia: il passato ci fa per lo meno intracedere questa possibilità. Negli anni sessanta e settanta, per la prima volta, l'establishment fallì nel tantativo di creare intorno a una guerra un'unità nazionale e un fervore patriottico. Vi fu un'ondata di mutamenti culturali senza precedenti nel paese: in campo sessuale, nella famiglia, nei rapporti interpersonali, cioè proprio negli ambiti più difficili da dominare per i centri di potere normali. Inoltre non si era mai osservata in precedenza una simile revoca generale della fiducia verso tanti elementi del sistema politico ed economico. In tutti i periodi della storia la gente ha trovato il modo di aiutarsi a vicenda - anche nel contesto di una cultura della concorrenza e della violenza - fosse pure per breve tempo, e di trarre gioia dal lavoro, dalla lotta, dallo stare insieme, dalla natura.
Si prospettano dunque tempi di agitazione e di lotta, ma anche di intensità di sentimento. Questo movimento potrebbe anche riuscire a fare ciò che per il sistema è stato impossibile: dare luogo a un grande mutamento con poca violenza. Potrebbe accadere perchè più saranno gli appartenenti all 99 per cento per capiranno di avere bisogni in comune, più le guardie e i carcerati scorgeranno il proprio interesse comune, più l'establishment sarà impotente, isolato. Le armi dell'elite - il denaro, il controllo dei mezzi di informazione - sarebbero inutili di fronte a una popolazione risoluta. I servi del sistema rifiuterebbero di lavorare per perpetuare il vecchio ordine letale e comincerebbero a utilizzare il proprio tempo, i propri spazi - proprio le cose che il sistema ha concesso loro per tenerli tranquilli - per smantellare quel sistema mentre ne creano uno nuovo.
I prigionieri continueranno a ribellarsi, come prima, in modi imprevedibili, in momenti inattesi. Il fatto nuovo della nostra epoca è la possibilità che si uniscano a loro le guardie. Noi, lettori e auoti di libri, siamo stati nella maggior parte dei casi le guardie. Se lo comprenderemo, e agiremo di conseguenza, la vita non solo sarà immediatamente più soddisfacente, ma i nostri nipoti, o i nostri pronipoti, potranno forse vedere unmondo diverso e meraviglioso."

Howard Zinn, Storia del popolo americano

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